Lettera della comunità parrocchiale a Gesù Bambino nel suo 2017° compleanno

Caro Gesù Bambino,

lo sappiamo che sembra l’inizio di un’infantile letterina di Natale, ma a Natale ci sentiamo tutti un pò più bambini. Tu stesso dirai da grande che, se non diventeremo come bambini, non entreremo nel regno dei cieli. Questa sera siamo qui, caro Bambino appena nato, perché vogliamo deporre nel tuo cuore alcuni pensieri.

1. Ti chiediamo scusa

Anzitutto scusaci, Bambinello di Betlemme. Dobbiamo riconoscerlo: siamo andati in automatico con il Natale. Abbiamo finito per perderti. E ci ritroviamo con un Babbo Natale, condannato a fare da ridicolo distributore di dépliant e di ammiccanti regali, ma incapace di salvarci.

E la nostra società si ritrova ad essere, popolata di gente triste e rassegnata, si ritrova obesa e depressa e sempre più spesso annebbiata e smarrita, che vaga in un deserto affollato di cose, alla ricerca di una felicità low cost.

Spesso ti perdiamo, caro Bimbo di Betlemme e quando non riusciamo ad ascoltare il suono del tuo vagito ci convinciamo di quanto molti maestri di questo tempo ci dicono: Dio è morto, non esiste!

Spesso ti perdiamo, caro Bimbo di Betlemme e quando non riusciamo a toccare le tue fragili mani ci scopriamo inermi marionette disponibili ad ogni manipolazione; e quando ti perdiamo risorgono in noi gli idoli, la fede scompare e ci affidiamo alla superstizione.

Spesso ti perdiamo, caro Bimbo di Betlemme e quando non riusciamo a incrociare il tuo sguardo smarriamo il segno particolare nella nostra carta d’identità – il marchio dell’immagine di Dio – la griffe del nostro Creatore.

2. Ti diciamo grazie

Non vogliamo solo chiederti scusa ma anche dirti grazie perché per sapere come è fatto Dio, dobbiamo guardare Te. Il tuo pianto ci dice che la formidabile onnipotenza dell’Altissimo si traduce nella più fragile impotenza; il tuo sorriso ci rivela che nel vocabolario di Dio fortezza fa rima con tenerezza; il tuo grido di aiuto ci ricorda che se l’uomo non può fare a meno di Dio, neanche Dio può stare solo e fare a meno dell’uomo.

Vogliamo dirti grazie perché la tua nascita è la bella notizia che il fiore del Figlio di Dio non è germogliato in una serra protetta ma nella terra sporca e melmosa della storia dove l’uomo respira, suda, piange, spera e sogna.

Vogliamo dirti grazie perché la tua nascita è la bella notizia che ogni uomo, non è più solo, abbandonato al suo destino, che la nostra storia non è consegnata al male: Dio scende in essa, e le offre realmente la possibilità di salvarsi.

Vogliamo dirti grazie perché nella tua nascita veniamo a sapere che ognuno di noi non è un grumo di cellule più o meno organizzato né un semplice dispositivo biologico, ma è un vero e proprio universo senza confini, che vale quanto vali Tu, Figlio di Dio fatto uomo.

Vogliamo dirti grazie perché nella tua nascita veniamo a sapere che il prossimo non è il concorrente con cui competere, che la diversità - qualunque essa sia - non è un pericolo da allontanare, che la differenza è il fratello con cui condividere la gioia e la pena, il pianto e il canto del magnifico, drammatico cammino della vita.

3. Donaci la Parola

Ed ora, carissimo Gesù, ti chiediamo un dono particolarissimo: donaci la Parola.

Non abbiamo più parole, perché siamo rimasti senza parole. Spesso le sprechiamo per inveire contro gli assassini, per urlare la nostra rabbia a Dio; le sprechiamo per scrivere parole di fuoco sui social e sugli schermi ultrapiatti dei nostri smartphone; e non andiamo più nemmeno alla ricerca di una parola di speranza.

Eppure, in questa notte, irrompe un’altra logica: quella di un Dio che si fa uomo per rendere gli uomini sempre più simili a lui, ovvero liberi, liberi da ogni paura, liberi di amare e di lasciarsi amare. E se noi di parole non ne abbiamo più, al punto che ormai comunichiamo con faccine ed emoticon, con selfie e post, lui una Parola per noi ce l’ha ancora, ed è talmente bella e sostanziosa, concreta e palpabile, che la fa “carne”, la fa simile a noi, la umanizza, per dirci che, in realtà il mondo non può finire nel crogiolo della strategia del terrore, ma nell’esatto contrario, ovvero nell’annuncio degli angeli: “Non temete”.

In questa notte in cui, con un po’ di cristiana follia, ci ritroviamo intorno a un altare nell’ora in cui di solito siamo infilati sotto il nostro caldo e morbido piumone, a chi ci grida: “Ti spavento!”, noi gridiamo: “Non temere!”; a chi ci grida: “Terrore!”, noi rispondiamo: “Gioia!”; a chi ci grida: “Morte!”, noi gridiamo: “Vita!”; contro chi ci vuole affogare negli inferi dell’angoscia, noi leviamo il capo, e guardiamo nel più alto dei cieli, dove c’è un Dio che dona la pace non più solo agli uomini di buona volontà, ma a tutti gli uomini che Egli ama.